Posterous theme by Cory Watilo

Così parlò Mark Zuckerberg

Per me il pezzo più bello di The Social Network.

I think if your clients want to sit on my shoulders and call themselves tall they have a right to give it a try. But there’s no requirement that I enjoy sitting here listening to people lie. You have part of my attention--you have the minimum amount. The rest of my attention is back at the offices of Facebook where my colleagues and I are doing things that no one in this room, including and especially your clients, are intellectually or creatively capable of doing. Did I adequately answer your condescending question?

Lettera43 con Youniversal Media

Sono orgoglioso di annunciare anche qui, dopo la notizia apparsa su DailyNet, che YOUniversal Media curerà le campagne di search marketing per Lettera43.

Diretta da Paolo Madron, Lettera43 è una testata giornalistica online il cui nome è un mix tra la mitica macchina da scrivere Lettera 22 di Olivetti e il 2043, anno in cui, secondo Philip Meyer, verrà stampata l'ultima copia cartacea del New York Times.

La società editrice è News 3.0, presieduta da Vladimiro Giacché, con Daniele Sesini amministratore delegato. Tra i finanziatori, Matteo Arpe, la famiglia Moratti e la Banca Popolare di Vicenza.

Lettera43 incarna perfettamente il partner ideale di YOUniversal, essendo uno dei pochi media professionali che hanno realmente compreso la crisi dell’editoria e che non demonizzano i motori di ricerca, ma anzi ne capiscono e ne vogliono sfruttare la potenzialità.

Le nuove tecnologie hanno cambiato la modalità di accesso alle news e ai contenuti. Secondo lo State of the Media 2010, negli ultimi sei anni si è verificato un drammatico calo della diffusione della carta stampata.

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Il calo di readership ha determinato ovviamente una diminuzione degli investimenti pubblicitari, tornati ai livelli di 25 anni fa! Senza contare la concorrenza spietata che proviene dall'online, dove gli aggregatori, i blog e i siti di citizen journalism stanno attirando sempre più utenti a scapito dei giornali.

In questo contesto si inserisce il forte richiamo del direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, che ha invitato gli operatori dell’informazione a ripensare la propria professione, mettendo da parte privilegi e anacronistici snobismi, per abbracciare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Lettera43 non solo ha metabolizzato questo stato di crisi, ma si presenta come un player originale e del tutto "anomalo" nel panorama giornalistico italiano. Ecco le parole di Madron, nel post che ha inaugurato l'attività del giornale:

Consideriamo l'essere solo un giornale online una scommessa, ma non un azzardo: la drammatica involuzione dell'editoria tradizionale fa di internet l'unica possibile via di riscatto. E lo sviluppo tecnologico degli apparecchi intelligenti, rendendo la disaffezione dalla carta un fenomeno irreversibile, fa apparire meno ardui i contorni della sfida. Il fatto di non essere una propaggine di una testata cartacea all'inizio ci penalizza in termini di brand, ma ci libera da quel timore di cannibalizzazione che sta attanagliando i vecchi editori, per cui una bella e sempre più completa versione on line dei loro giornali si ripercuote nella progressiva riduzione dei ricavi da edicola.

Sono convinto che la partnership con YOUniversal Media possa aggiungere non solo tanti nuovi utenti, ma anche tanto valore ad un prodotto che rischia seriamente di fare la storia della nuova editoria italiana.

Ho finito. Un po' di sano egocentrismo, in un blog che si chiama ego, non guasta mai ;-)

Lettera43-logo

Google contro le content farm?

Tempi duri per le content farm. L'ultimo post di Matt Cutts lascia intendere che realtà come Demand Media potrebbero avere serie difficoltà nel caso in cui i contenuti prodotti non raggiungano adeguati standard qualitativi.

Ma che cosa sono le content farm?

Paul Kedrosky ne parla in questi termini:

Find some popular keywords that lead to traffic and transactions, wrap some anodyne and regularly-changing content around the keywords so Google doesn’t kick you out of search results, and watch the dollars roll in.

Ancora più duro Marco Arment:

Now, massive amounts of technically-not-spam sites are generated by penny-hungry affiliate marketers and sleazy web “content” startups to target long-tail Google queries en masse, scraping content from others or paying low-wage workers to churn out formulaic, minimally nutritious pages to answer them. […] They call this “content”. But it’s not, really — it’s filler. And by a more common-sense definition, it’s spam.

Ed ecco la parte del post in cui Matt Cutts parla delle content farm:

As “pure webspam” has decreased over time, attention has shifted instead to “content farms,” which are sites with shallow or low-quality content. In 2010, we launched two major algorithmic changes focused on low-quality sites. Nonetheless, we hear the feedback from the web loud and clear: people are asking for even stronger action on content farms and sites that consist primarily of spammy or low-quality content.

In sostanza le continue lamentele da parte degli utenti hanno spinto Google a dare un giro di vite contro chi produce tonnellate di contenuti con l'unico obiettivo di "stuffare" i motori di ricerca e prendere traffico (e revenue) a scapito della user experience.

Un errore che molti fanno, però, è quello di identificare le content farm con il concetto di content o news on demand.

Le prime producono contenuti di povera qualità, pagando una manciata di dollari/euro ad eserciti di scrittori free lance, spesso studenti che sbarcano il lunario improvvisandosi in un lavoro che richiederebbe invece un minimo di background e know-how.

Chi produce content o news on demand, invece, è invece un editore professionale che decide di applicare un metodo scientifico, basato sulle parole chiave e orientato ad un obiettivo di marketing (visite, pagine viste per visita, ROI, ecc.) alla produzione di contenuti di qualità medio/alta.

Purtroppo oggi molti editori professionali non hanno compreso la via del content on demand. Sospettosi dei motori di ricerca e di Google in particolare, ripropongono online la stessa formula valida per la carta stampata. In questo modo hanno spalancato la porta ai nuovi editori, nati direttamente online, che di professionale hanno poco o nulla e che possono contare su una maggiore comprensione di Internet e delle dinamiche di monetizzazione del traffico.

In questa fase storica gli editori professionali sono di fronte ad una scelta importante: diventare loro i veri produttori di news on demand o lasciare campo alle numerose content farm che stanno spuntando come funghi e che, se non arginate da Google, finiranno con l'inquinare i risultati di ricerca, stuffandoli di contenuti di scarso valore.

E come direbbe Neo, il protagonista di Matrix:

Where we go from there...is a choice I leave to you...

Sweatshop_labour

Perché Schmidt non è più il CEO di Google?

Ecco il tweet che ha fatto e farà discutere:

Schmidt

Schmidt diventa Executive Chairman e Larry Page torna ad essere il CEO 10 anni dopo esserlo stato ai tempi in cui Google era una promettente start-up.

I motivi addotti sono di natura organizzativa. Al posto del triumvrato ci saranno tre figure con tre ruoli distinti e tre responsabilità definite.

Sarà vero?

Io penso questo. Erc Shmidt è stato il principale artefice del successo di Google in questi dieci anni. Con lui Google

  • si è trasformata da società tecnologica a media company
  • si è affermata di fatto come la maggiore concessionaria di pubblicità al mondo
  • è diventata quello che Microsoft è stata negli anni 90: un colosso.

Il problema, però, è che se escludiamo le azzeccatissime acquisizioni effettuate dalla società di Mountain View (da Urchin a YouTube, da DoubleClick ad Android), Google non ha più innovato.

Larry Page al posto di Eric Shmidt secondo me significa un ritorno allo spirito del 2001. Un'era in cui il prodotto e la tecnologia venivano prima della monetizzazione. Technology and user experience first. Le revenue sarebbero venute di conseguenza.

Vi ricorda qualcosa? Forse Facebook?

Zeitgeist

Blogo va a Populis

La blogosfera italiana ha sempre più le fattezze di Populis.

Dopo Blogosfere (entrato a far parte della scuderia GoAdv l'anno scorso) ed Excite (riposizionato un paio di anni fa come network di blog verticali), Populis ha acquisito Blogo per 6 milioni, conquistando la leadership in Italia in fatto di blog professionali.

Ottimo colpo per Luca e Salvatore (complimenti!!), che stanno inglobando nuove properties per realizzare l'obiettivo di diventare il numero uno in Europa nelle news on demand.

La concorrenza però è agguerrita. Recentemente Wikio ha sostenuto di voler diventare nel 2011 la Demand Media europea, soprattutto dopo l'acquisizione del network Over-Blog.

Chi la spunterà?

La verità, per ora, è che sia Wikio che Populis dimostrano di avere dei brand fortissimi nei rispettivi Paesi d'origine (l'Italia per Populis e la Francia per Wikio), ma non altrettanto al di fuori dei loro confini.

A chi assegnare, dunque, il titolo di Demand Media europea? Per ora meglio sospendere il giudizio. Almeno fino alla prossima acquisizione ;-)

Blogo

A presto, Steve

Team,

At my request, the board of directors has granted me a medical leave of absence so I can focus on my health. I will continue as CEO and be involved in major strategic decisions for the company.

I have asked Tim Cook to be responsible for all of Apple’s day to day operations. I have great confidence that Tim and the rest of the executive management team will do a terrific job executing the exciting plans we have in place for 2011.

I love Apple so much and hope to be back as soon as I can. In the meantime, my family and I would deeply appreciate respect for our privacy.

Steve

***

Coraggio, vecchio pirata della Silicon Valley, supererai anche questa!!

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Ho scoperto Android!

Amo Apple. Adoro Steve Jobs. Mio figlio di 19 mesi ha un solo oggetto off-limits: l'iPad.

Ciò premesso, sono stradeluso dall'iPhone 4. Ottimo device per fare tutto, salvo telefonare e navigare decentemente. I problemi non sono nella user experience, ovviamente, che è sublime, ma nella ricezione del segnale.

Insomma, nonostante quello che ho letto, da integralista jobsiano, ho comprato l'iPhone 4 a settembre dello scorso anno e per 3 mesi sono stato l'ennesima vittima dell'antennagate.

Poi ho sbroccato e mi sono comprato un Samsung Galaxy S con Android 2.1. L'impatto è stato drammatico: ricezione buona (mica come l'iPhone), ma per il resto...

Finché non ho aggiornato Android. Versione 2.2. Sto ancora godendo. Immaginate la fluidità e la user experience di un iPhone (pur con tutti i limiti hardware del Samsung), senza i suoi problemi di ricezione.

L'altro giorno ero in garage (sotto terra) e ho sentito il cellulare squillare. Mi sono quasi commosso. Non mi succedeva da tempo.

Quelli di Google iniziano a starmi seriamente sulle balle.

L'arbitraggio preferito da Google...

...è quello in cui:

  • compri da Google AdWords
  • porti l'utente su una pagina con: prodotti/servizi che vendi (basta che siano tuoi) o prodotti/servizi che compari (basta che la tecnologia di comparazione sia sufficientemente sofisticata e, soprattutto, tua) o contenuti che scrivi (basta che siano tuoi)
  • monetizzi tramite Google AdSense

Nel primo caso (vendita di prodotti/servizi) c'è chi parla di rebate, una sorta di sconto sul costo di advertising. D'altronde il core business del sito non è quello di guadagnare attraverso la pubblicità. Si tratta di traffico residuale. Traffico residuale? Questa sa di don't be evil...

Il secondo caso è un po' più problematico. Le tecnologia di comparazione vengono scopiazzate a destra e a manca e non è sempre facile distinguere originalità in mezzo a tanti cloni. Così fra un prodotto descritto allo stesso modo su 40 siti diversi e una recensione frettolosa scritta da improbabili utenti (tipo emmanuelle69 o superpippo), c'è chi parla di affiliate o performance marketing. A me puzza sempre di arbitraggio, ma se lo fa Kelkoo o Shopping.com... beh allora...

Nel terzo caso, purtroppo, non c'è scampo. C'è chi lo ha fantasiosamente definito media 2.0. Chi ha azzardato paragoni con società d'oltreoceano (che peraltro non hanno mai comprato un solo click da Google AdWords). Tocca rassegnarsi: è arbitraggio. Orgogliosamente arbitraggio (e se lo dico io...).

E se volete saperla tutta, l'arbitraggio che piace a Google è proprio quello in cui metti AdSense su una pagina di contenuti originali. MFA una volta significava Made For AdSense. Secondo me il vero significato è sempre stato Made For AdWords.

Fare arbitraggio è un po' come rimorchiare una donna. Puoi leggere tutti i manuali che vuoi, ma la verità è che il successo non è mai garantito. L'importante è non arrendersi al primo due di picche ;-)