Posterous theme by Cory Watilo

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Perché Schmidt non è più il CEO di Google?

Ecco il tweet che ha fatto e farà discutere:

Schmidt

Schmidt diventa Executive Chairman e Larry Page torna ad essere il CEO 10 anni dopo esserlo stato ai tempi in cui Google era una promettente start-up.

I motivi addotti sono di natura organizzativa. Al posto del triumvrato ci saranno tre figure con tre ruoli distinti e tre responsabilità definite.

Sarà vero?

Io penso questo. Erc Shmidt è stato il principale artefice del successo di Google in questi dieci anni. Con lui Google

  • si è trasformata da società tecnologica a media company
  • si è affermata di fatto come la maggiore concessionaria di pubblicità al mondo
  • è diventata quello che Microsoft è stata negli anni 90: un colosso.

Il problema, però, è che se escludiamo le azzeccatissime acquisizioni effettuate dalla società di Mountain View (da Urchin a YouTube, da DoubleClick ad Android), Google non ha più innovato.

Larry Page al posto di Eric Shmidt secondo me significa un ritorno allo spirito del 2001. Un'era in cui il prodotto e la tecnologia venivano prima della monetizzazione. Technology and user experience first. Le revenue sarebbero venute di conseguenza.

Vi ricorda qualcosa? Forse Facebook?

Zeitgeist

What Would Google Do

Al mare o in montagna, nel segno del relax o dell'avventura, non c'è vacanza senza un buon libro da centellinare nei giorni di sospirato riposo. E così, per le mie due settimane di libera uscita, ho messo nello zainetto due libri: The Black Swan di Nassim Nicholas Taleb e What Would Google Do di Jeff Jarvis. Approdato in quel di Scanno, vivace località incastonata nelle montagne del Parco Nazionale degli Abruzzi, mi sono subito immerso nel libro di Jarvis. Giornalista, imprenditore e autore di buzzmachine.com, uno dei blog più popolari nella blogosfera, Jeff Jarvis ha scritto un libro destinato ad essere considerato icona del Web 2.0, sulle orme di The Long Tail (Chris Anderson), Gonzo Marketing (Christopher Locke) e Wikinomics (Don Tapscott). Tutto verte attorno alle quaranta regole che Google ha implicitamente dettato da quando, nel "lontano" 1996, si chiamava ancora Backrub ed era un oscuro esperimento accademico condotto da due sconosciuti e ambiziosi studenti dell'Università di Stanford. Regole che vanno fortemente a braccetto con la filosofia del Cluetrain Manifesto e della Long Tail. Markets are conversations, people recognize each other as such from the sound of their voice, small is the new big e the mass market is dead - long live the mass of niches. Questi i principi cardine che Google ha contribuito a diffondere, ma non solo. Due aspetti mi hanno particolarmente colpito dell'analisi di Jarvis: 1) Disintermediazione. Nell'era della G Generation non deve esserci nulla fra brand e consumatori: middlemen are doomed e your customers are your ad agency. 2) Media. I mezzi di informazione devono evolvere da una fase in cui gestivano completamente la produzione e la distribuzione dei contenuti in una nuova fase basata sulla produzione collaborativa e la libera distribuzione. Per quanto riguarda il primo punto, bisogna fare dei distinguo. Jarvis non vuole dire che le agenzie di pubblicità non hanno più ragione di esistere. Semplicemente devono porsi in modo più strategico e consulenziale e meno legato allo spending pubblicitario.
The agency and advertising need to get out of the way in the relationship between companies and customers. Agencies may help solve problems - teaching how to build networks with customers, assisting them with product launches - but once the consultation is done, the good consultant leaves town.
Forse questa è una visione molto estrema, ma mi sento di condividerla se non in tutto, almeno in parte. La pubblicità intesa come servizio, ossia come modo per fare informazione commerciale su nuovi prodotti, è e continuerà ad essere non solo utile, ma necessaria. Semmai dovremmo interrogarci sul ruolo delle agenzie (soprattutto quelle tradizionali), ancora troppo poco legate ai risultati generati dal loro lavoro ed eccessivamente focalizzate sull'investimento pubblicitario. E' finalmente giunto il momento che tutte le agenzie lavorino a performance? Per quanto riguarda il secondo punto, si tratta di una vera e propria rivoluzione, tanto inevitabile quanto necessaria. I media dovranno trasformarsi in veri e propri network, delegando la maggior parte della produzione e della distribuzione alla "folla" (crowdsourcing) e tenendo per sé i contenuti premium (ossia quelli di impronta più giornalistica, quali le inchieste, i servizi speciali, ecc.). Ma il libro di Jarvis non si ferma qui e ipotizza un mondo in cui il modello Google si allarga all'industria, ai servizi, all'economia, alla salute pubblica. Un modello sublimato dall'affermazione della "massa delle nicchie" (la coda lunga) e basato sull'apertura, sulla collaborazione e sulla trasparenza. Con un'unica vera eccezione (che conferma le regole): Apple. Steve Jobs avrà sicuramente letto il libro di Jarvis e sorriso maliziosamente all'idea di essere l'ultimo imponente scoglio ad affrontare il mare…

Vorrei essere un social network

In effetti a Google piacerebbe molto. Ci ha provato, fallendo, un paio di volte con Orkut e Buzz, ma è evidente che a Mountain View proliferano i guru del search e scarseggiano i visionari dei social media. Così, di tanto in tanto, quest'ambizione repressa fa capolino, prendendo le forme e i nomi più improbabili. Stavolta si chiama (così si vocifera) Google me e promette di fare concorrenza nientemeno che a Facebook. Il punto di partenza di Google, però, stavolta sembra interessante. In una recente presentazione il googler Paul Adams sostiene che i social media hanno cambiato il nostro modo di interagire con le persone, ma pongono un problema fondamentale: finiscono per collegarci con un unico e indistinto gruppo di amici. Provate a vedere il mio profilo su Facebook. Apparentemente ho una vagonata di amici, cosa ovviamente impossibile nella vita reale. La verità è che ci sono diversi gruppi di persone con cui ho avuto o ho tuttora relazioni, a seconda dei miei interessi e delle mie esperienze di vita: compagni di scuola, colleghi di università, familiari, conoscenze, ecc. Possiamo dividere questi gruppi in due macro categorie: legami forti e legami deboli. I legami forti sono quelli di cui ci importa, il cosiddetto "cerchio della fiducia". Parliamo di non più di 2-6 persone. I legami deboli sono quelli di cui non ci importa molto. Secondo alcuni studi, il nostro cervello riesce a gestire non più di 150 legami deboli. Esiste poi una terza categoria: quella dei legami temporanei. Sono i legami più comuni sul web, si basano sulla fiducia e si costruiscono come risposta ad un bisogno particolare. I social network, in particolare Facebook, tendono a disegnare strutture relazionali che vadano bene per ogni tipo di rapporto. Così facendo finiscono per proporre una soluzione di compromesso. Un altro problema è costituito da come vengono gestite le informazioni personali. La privacy viene sottovalutata per ignoranza e perché è spesso difficile operare all'interno dei complicati settings che ne regolano il livello. In questo modo gli utenti perdono il controllo e rischiano di far conoscere più di quello che vorrebbero. Tali questioni rappresentano un forte limite per i social networks. Ed è qui che entra in gioco Google me. L'idea della Big G è di realizzare una piattaforma che consenta agli utenti di:
  1. gestire gruppi multipli di persone
  2. gestire diverse tipologie di relazioni
  3. targetizzare la comunicazione a seconda del gruppo di persone e della tipologia di relazione
Il nuovo Facebook è alle porte?

Apple supera Microsoft

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Questa l'ho letta solo ora, ma val la pena condividerla. Alla chiusura della borsa americana, mercoledì scorso, Apple ha fatto registrare una capitalizzazione di 222 miliardi di dollari, superando così per la prima volta Microsoft, che si è fermata a 219 miliardi. Più staccata Google, con 151 miliardi di capitalizzazione. Sulla scia del successo ottenuto con l'iPad (alla faccia dei detrattori) e in attesa del lancio del nuovo sistema operativo per iPhone (l'OS4), Steve Jobs ha messo la freccia e assestato un bel colpo alla concorrenza. Ad oggi Apple è, dopo Exxon Mobil, la società che vale di più nel Nasdaq :-)

Il valore delle prime posizioni di Google

Interessante post sul blog di Chitika che mette in evidenza quanto sia fondamentale posizionarsi nei primissimi posti della SERP. Lapalissiano, forse, ma sicuramente interessante ;-) [caption id="attachment_497" align="aligncenter" width="481" caption="Traffic by Google Result"]
Media_httpwwwemiliano_uacom
[/caption] Il primo risultato attira il 34-35% dei clic, quasi come i risultati compresi fra la seconda e la quinta posizione messi insieme!!!

AdSense: rivelata la revenue share

Era nell'aria da qualche giorno e finalmente è stato ufficializzato: Google garantisce ai suoi partner una revenue share pari al 68% per AdSense for Content51% per AdSense for Search. Per quanto riguarda AfC il dato è in linea con quanto mi aspettavo. Per quanto concerne AfS, francamente pensavo che Google cedesse qualcosina in più. A prima vista in alcuni mercati come la Francia e il Regno Unito quasi quasi conviene affidarsi a Yahoo Search Marketing, con revenue share che oscillano mediamente fra il 55% e il 75%. La verità, però, è che Google presenta una coverage che Yahoo non riesce ad offrire ai suoi partner, pertanto è importante non soffermarsi superficialmente sullo split in percentuale, ma sul valore assoluto delle revenue. Altra cosa da tenere in considerazione: le revenue share rivelate da Google sono quelle del servizio self service, accessibile online a chiunque abbia un sito web compliant con le guidelines di AdSense. Per i partner diretti è tutta un'altra storia ;-)