Posterous theme by Cory Watilo

Addio, Steve

E' notte. Non riesco a dormire.

Sono a letto e smanetto con l'iPad. Provo a cercare con l'app di eBay un iPhone 2G in buono stato. Dopo l'uscita (e la delusione) dell'iPhone 4S, voglio tornare all'antico... al primo iPhone, lanciato da Steve il 9 gennaio del 2007 (giorno del mio compleanno) al Moscone Center di San Francisco.

Poi metto via l'iPad e leggo le ultime pagine di "Steve Jobs, l'uomo che ha inventato il futuro", il libro edito dalla Hoepli che mi fa compagnia da un paio di settimane a questa parte prima di addormentarmi. Ma stanotte di dormire non ne voglio proprio sapere.

Riprendo l'iPad. Apro Google News e leggo un titolo da Repubblica.it: Steve Jobs sconfitto dalla malattia, è morto il  fondatore della Apple.

Non ci credo. Per un attimo penso che Steve si è fatto da parte diverse volte e mi illudo che questa sia la sua ennesima temporanea uscita di scena.

Meccanicamente, come un automa che risponde ad un riflesso condizionato, vado sul sito della Apple ed ecco quello che trovo:

Stevejobsrip
Stevejobsrip2
Penso alle (tante) volte che ho comprato i prodotti Apple, eccitato come un bambino che andava al Luna Park. Penso alla volta che sono andato all'Apple Store nella quinta strada a New York per comprare il mio primo iPod (e non poteva che essere americano). E alla mattinata passata a Cupertino con l'amico Saverio, a One Infinite Loop, con la maglietta I visited the mother ship e la speranza di beccare, magari anche di sfuggita, il mitico iCEO.

Steve è morto e ha lasciato un vuoto in tante persone che non lo vedevano solo come l'amministratore delegato di una grande azienda tecnologica. Steve non è come Larry, Sergey, Mark e Bill. Anche loro hanno cambiato il mondo, ma Steve ha fatto qualcosa in più: ha forgiato il futuro e ha ci dato il grande privilegio di poterlo toccare.

Grazie, Steve.

iPad 2: you're my savior man

E' stato profetizzato che Steve Jobs doveva salvare i giornali. L'iPad è nato con questa specie di missione, d'altronde.

Col tempo la profezia si è un po' affievolita, per tornare clamorosamente alla ribalta con l'iPad 2.

Jobs_ipad2

Il 25% della circolazione dei giornali avverrà attraverso gli iPad, secondo David Carey, Presidente di Hearst Magazines.

Sarebbe il caso di ricordarlo ai giornalisti del Corriere...

A presto, Steve

Team,

At my request, the board of directors has granted me a medical leave of absence so I can focus on my health. I will continue as CEO and be involved in major strategic decisions for the company.

I have asked Tim Cook to be responsible for all of Apple’s day to day operations. I have great confidence that Tim and the rest of the executive management team will do a terrific job executing the exciting plans we have in place for 2011.

I love Apple so much and hope to be back as soon as I can. In the meantime, my family and I would deeply appreciate respect for our privacy.

Steve

***

Coraggio, vecchio pirata della Silicon Valley, supererai anche questa!!

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The Social Network

Finalmente è uscito The Social Network, film diretto da David Fincher e basato sul libro The Accidental Billionaires, che racconta la genesi e l'ascesa di Facebook. Curiosissimo di vederlo, se non altro per saperne di più su Mark Zuckerberg, personaggio tanto geniale quanto spietato nel business.

In attesa di vedere il film anche in Italia (uscirà il 12 novembre), vi consiglio Pirates of Silicon Valley: la storia degli esordi di Steve Jobs e Bill Gates.

L'importanza di focalizzarsi

Vi consiglio un bel libro: Nella testa di Steve Jobs di Leander Kaheney. Non è solo una biografia (non autorizzata) del CEO della Apple, ma anche un libro che ne sintetizza il pensiero e le azioni. E così, oltre a scoprire che Jobs è uno stravagante e tirannico amministratore d'azienda, un cultore della bellezza e del gusto, un maniaco egocentrico convinto (a ragione) che la gente non sa cosa vuole finché non glielo si mostri, ci addentriamo soprattutto nei meandri del "metodo" jobsiano, fatto di duro lavoro, attenzione ai dettagli e focalizzazione.

Mai come adesso, in piena fase di start-up, tocco realmente con mano l'importanza di lavorare sodo, non dar nulla per scontato e, soprattutto, non disperdere energie. Focalizzarsi è fondamentale se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi. Spesso tendiamo a lasciarci diverse porte aperte, nella smania di non perdere alcuna opportunità. E così ci affanniamo a rincorrere duemila traguardi, rischiando di non raggiungerne nessuno. Insomma, chi troppo vuole nulla stringe.

Jobs è tornato alla Apple nel 1996 (dopo 10 anni di "esilio") e ha trovato un'azienda che produceva decine, se non centinaia di modelli fra computer, stampanti, palmari, ecc. D'altronde così hanno sempre fatto realtà di successo come la Sony o l'HP. Jobs ha capito che per eccellere, occorreva restringere il campo d'azione: e così la nuova strategia prevedeva soltanto quattro computer, due portatili e due desktop, due per l'utente di base e due per l'utente professionale. Poi è storia nota. Una storia fatta di successi chiamati iMac, MacBook, Mac pro, ecc.

Tornando al tema del post, la cosa più difficile che possiamo fare quando iniziamo un nuovo business è proprio focalizzarci. Tante opportunità dietro l'angolo. Altrettante possibilità di perdere tempo e risorse. Ma per quanto sia difficile, dobbiamo tenere duro e continuare dritto per la nostra strada. Soprattutto se siamo convinti che sia quella giusta.

Stay hungry, stay foolish

A settembre ho cambiato vita. Ho deciso diventare imprenditore. Non sarà come andare ai Caraibi a vendere noci di cocco, ma è pur sempre un cambiamento importante. Se ho fatto bene o male lo dirà il tempo. Per ora mi godo le fatiche e l'entusiasmo degli inizi. Ricordando un discorso pronunciato da Steve Jobs all'Università di Standord, un inno all'entusiasmo e alla determinazione. Keep looking, don't settle. Non accontentiamoci, continuiamo a guardarci intorno finché non realizziamo i nostri sogni. E soprattutto, cerchiamo di non arrovellarci troppo, di non voler a tutti i costi razionalizzare. Liberiamo l'immaginazione. Stay hungry, stay foolish!

What Would Google Do

Al mare o in montagna, nel segno del relax o dell'avventura, non c'è vacanza senza un buon libro da centellinare nei giorni di sospirato riposo. E così, per le mie due settimane di libera uscita, ho messo nello zainetto due libri: The Black Swan di Nassim Nicholas Taleb e What Would Google Do di Jeff Jarvis. Approdato in quel di Scanno, vivace località incastonata nelle montagne del Parco Nazionale degli Abruzzi, mi sono subito immerso nel libro di Jarvis. Giornalista, imprenditore e autore di buzzmachine.com, uno dei blog più popolari nella blogosfera, Jeff Jarvis ha scritto un libro destinato ad essere considerato icona del Web 2.0, sulle orme di The Long Tail (Chris Anderson), Gonzo Marketing (Christopher Locke) e Wikinomics (Don Tapscott). Tutto verte attorno alle quaranta regole che Google ha implicitamente dettato da quando, nel "lontano" 1996, si chiamava ancora Backrub ed era un oscuro esperimento accademico condotto da due sconosciuti e ambiziosi studenti dell'Università di Stanford. Regole che vanno fortemente a braccetto con la filosofia del Cluetrain Manifesto e della Long Tail. Markets are conversations, people recognize each other as such from the sound of their voice, small is the new big e the mass market is dead - long live the mass of niches. Questi i principi cardine che Google ha contribuito a diffondere, ma non solo. Due aspetti mi hanno particolarmente colpito dell'analisi di Jarvis: 1) Disintermediazione. Nell'era della G Generation non deve esserci nulla fra brand e consumatori: middlemen are doomed e your customers are your ad agency. 2) Media. I mezzi di informazione devono evolvere da una fase in cui gestivano completamente la produzione e la distribuzione dei contenuti in una nuova fase basata sulla produzione collaborativa e la libera distribuzione. Per quanto riguarda il primo punto, bisogna fare dei distinguo. Jarvis non vuole dire che le agenzie di pubblicità non hanno più ragione di esistere. Semplicemente devono porsi in modo più strategico e consulenziale e meno legato allo spending pubblicitario.
The agency and advertising need to get out of the way in the relationship between companies and customers. Agencies may help solve problems - teaching how to build networks with customers, assisting them with product launches - but once the consultation is done, the good consultant leaves town.
Forse questa è una visione molto estrema, ma mi sento di condividerla se non in tutto, almeno in parte. La pubblicità intesa come servizio, ossia come modo per fare informazione commerciale su nuovi prodotti, è e continuerà ad essere non solo utile, ma necessaria. Semmai dovremmo interrogarci sul ruolo delle agenzie (soprattutto quelle tradizionali), ancora troppo poco legate ai risultati generati dal loro lavoro ed eccessivamente focalizzate sull'investimento pubblicitario. E' finalmente giunto il momento che tutte le agenzie lavorino a performance? Per quanto riguarda il secondo punto, si tratta di una vera e propria rivoluzione, tanto inevitabile quanto necessaria. I media dovranno trasformarsi in veri e propri network, delegando la maggior parte della produzione e della distribuzione alla "folla" (crowdsourcing) e tenendo per sé i contenuti premium (ossia quelli di impronta più giornalistica, quali le inchieste, i servizi speciali, ecc.). Ma il libro di Jarvis non si ferma qui e ipotizza un mondo in cui il modello Google si allarga all'industria, ai servizi, all'economia, alla salute pubblica. Un modello sublimato dall'affermazione della "massa delle nicchie" (la coda lunga) e basato sull'apertura, sulla collaborazione e sulla trasparenza. Con un'unica vera eccezione (che conferma le regole): Apple. Steve Jobs avrà sicuramente letto il libro di Jarvis e sorriso maliziosamente all'idea di essere l'ultimo imponente scoglio ad affrontare il mare…

L'iPad salverà l'editoria?

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Sempre al D8, Steve Jobs si è soffermato sulle difficoltà che sta attraversando il mondo dell'editoria nell'era dei blog e del citizen journalism.

Any democracy depends on a free healthy press. Some of these newspapers, the news gathering editorial organizations, are really important. I don't wanna see us to ascend into a nation of bloggers . I think we need editorial more than ever right now. Anything that we can do to help the New York Times, the Washington Post, the Wall Street Journal and other news gathering organizations find new ways of expression so that they can afford to get paid, to keep their new gathering editorial operations intact, I'm all for. What we have to do is figure out a way to get people to start paying for this hard-earned content.

Qualche mese fa sarei stato alquanto scettico su simili affermazioni. Internet incarna come nessun altro mezzo di comunicazione la democrazia dei contenuti. Grazie ai blog e ai social network, oggi tutti possono generare informazione. La naturale conseguenza di questa rivoluzione sembra essere la fine dell'oligarchia dei contenuti, ossia dell'informazione tradizionalmente prodotta dall'editoria professionale. E così sono sorti interi filoni di business basati sul crowdsourcing dei contenuti. A differenza dell'editoria tradizionale, che si affida ai giornalisti professionisti per produrre informazione di qualità, la nuova editoria online parte dal basso, scaturendo direttamente dalla passione e dalla (in)competenza della gente. Un esempio valga per tutti: DemandMedia, uno dei casi di maggior successo degli ultimi anni. Il problema di questo tipo di editoria è che non esistono soglie di ingresso: tutti possono creare contenuti. Ciò genera un sovraccarico di informazioni in mezzo alle quali sta diventando sempre più difficile trovare ciò che si sta realmente cercando. Ed è per questo che molti utenti potrebbero fare marcia indietro e tornare ai contenuti premium, pagando un prezzo accettabile a fronte di un'informazione che sia: selezionataprofessionale, multimediale e comoda da fruire. Un giornale garantisce selezione, autorevolezza dei contenuti e comodità d'uso, ma manca completamente di multimedialità. Un sito web può essere selettivo, autorevole e multimediale, ma manca di comodità d'uso (serve almeno un laptop e un collegamento ad internet). E qui entra in gioco l'iPad, e insieme all'iPad l'universo delle applicazioni nate con l'iPhone e sublimate dal nuovo tablet Apple. Sono un orgoglioso possessore di iPad da aprile e da qualche giorno ho installato l'app di Repubblica e quella di Wired, accedendo così ad informazioni selezionate, professionali, multimediali (le immagini sono spesso associate a contenuti video che si aprono creando un layer sovrapposto ai contenuti) e comode da fruire (dal divano, al letto, passando per il bagno!). Forse ha proprio ragione Steve Jobs: l'iPad salverà l'editoria.

Steve Jobs al D8: com'è nato l'iPad

L'iPad è nato prima dell'iPhone. Steve Jobs racconta l'aneddoto al D8. Ecco un estratto del video (che trovate embeddato sotto):
I had this idea of being able to get rid of the keyboard, type on a multitouch glass display and I asked our folks: 'can we come up with a multitouch display that I can type on?' About six months later they called me in and showed me this prototype display. I gave it to one of our really brilliant UI folks and he called me back a few weeks later. When I saw the rubber band scrolling working and some other things, I thought, ‘my God, we can build a phone with this! And I put the tab project on a shelf because the phone was more important.
Alla faccia di chi ha detto (e continua a dire) che l'iPad è un iPhone più grande.